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Quantu ‘u Signuruzzu du tiluni,un detto di Petralia Sottana

E’ tradizione che nella notte del Sabato Santo si verifica a Petralia Sottana lo spettacolare evento di: “a caruta r’u tiluni”.L’immenso telo oscuro, solitamente con dipinta una immagine grigia che si ispira alla passione di Cristo e che chiude lo spazio dell’altare maggiore, viene fatto cadere durante la veglia di Pasqua dopo il “gloria” intonato dal sacerdote ufficiante. Il telone viene issato con le corde nel tetto della volta dell’altare maggiore del presbiterio con la base arrotolata il mercoledì delle ceneri per coprire tutta la navata centrale. Il venerdì santo il telone viene completamente srotolato e nella parte inferiore si possono normalmente osservare i simboli della Passione di Gesù: la scala, la corona di spine, i chiodi della crocifissione, le catene, ecc. Questo fenomeno della “A caruta r’u tiluni” genera nei fedeli che partecipano alla funzione religiosa una grande emozione. E’ un modo scenografico per rappresentare il passaggio dal “buio” quaresimale alla luce della resurrezione. Cominciano a suonare le campane, e nel clamore che si eleva dalla folla dei fedeli, si accendono tutte le luci e nell’altare appare la statua del Cristo con il vessillo del trionfo. E’ finito il tempo della passione e del dolore, inizia il tempo della gioia.

Giuseppe Collisani ci riferisce, a proposito di quanto sopra, di un “detto” che si conosce a Petralia Sottana: «quantu u Signuruzzu du tiluni ». ” Si dice ciò, immancabilmente quando si vede una persona di alta statura e per mettere in rilievo la sproporzione di qualche parte del corpo: le braccia o le gambe troppo lunghe, le mani grandi, la testa grossa, che sono quantu chiddi du’ Signuruzzu du tiluni..

Questo modo di dire petraliese è nato cosi: Nell’anno 1802 il reverendissimo Arciprete don Nicolò Maria Polizzotti ebbe l’idea di creare una grande e bella tela che, coprendo tutta l’arcata dell’altare maggiore, avrebbe dovuto poi cadere nella funzione della resurrezione, il Sabato Santo.

Un meschino decoratore, tal Faro Brusca, appena capace di tingere porte e finestre e di abbozzare un albero od una casetta, non si sa come, venne a conoscenza della decisione dell’Arciprete e piombato immediatamente a Petralia, riuscì a farsi affidare l’incarico, promettendo di dipingere Cristo al Calvario per come era desiderio del parroco.

La tela fu stesa nella grande navata della basilica Chiesa Madre e il Faro Brusca si mise all’opera cominciando a dipingere la testa del Redentore che, per l’incapacità dell’artista, riuscì di sproporzionata grandezza e di nessuna bellezza.

Come fare? Il lavoro era costato tempo e fatica e cancellarlo sarebbe stato grave danno. Pensò il pittore: l’arte è arte e con l’arte si rimedia a tutto. Egli avrebbe potuto benissimo far sparire la mostruosità della testa ingrandendo proporzionatamente il restante del corpo.

Così, allunga a destra, allunga a sinistra, il povero Faro Brusca non si raccapezzò più e ne venne fuori una figura mostruosa che naturalmente non poteva ispirare nè fede ne pietà.L’arciprete fu costretto a far subito cancellare l’opera d’arte, ma restò il motto: quantu u Signuruzzu du tiluni !”

Gaetano Di Chiara

redazione

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