Quel grappolo che sembra pendere dalla mano destra dell’Apostolo, collegato come esso è all’impugnatura di quello che – secondo me – deve essere visto come il bastone del Pastore ecclesiastico e che – secondo altri – va visto come il bastone del pellegrino, quel grappolo, ripetiamo, merita un riferimento evangelico, come il look nel suo insieme. Perché non può essere un orpello inessenziale quello che la tradizione ha voluto sempre presente nell’iconografia del nostro Protettore, anche se riconducibile all’usanza di destinare ad un santo quella primizia naturale più vicina al giorno della sua nascita al cielo.
E non v’è dubbio che nel caso nostro sarebbe proprio l’uva la frutta più idonea ad onorare la devota consuetudine, essendo il 25 luglio così prossimo all’inizio della stagione dell’uva, di quel frutto, cioè, cos presente, con la pianta che lo produce, nel racconto biblico del Nuovo Testamento.
Ma, così stando le cose, ci sembrerebbe di fare un torto a quel Don Piddu di Lascari che non mancava mai all’appuntamento del 24 di luglio con San Giacomo per fornirgli gli acini atti a diffondere concretamente la sua benedizione sui fedeli di Gratteri, e soprattutto sui ragazzi, che rischiavano di essere schiacciati dalla calca attorno alla bara del Santo per acquistare quel minimo racemo da portare trionfalmente a casa, ove condividerne gli acini con i propri congiunti.
Vissuta con questo animo, la tradizione è divenuta sacra. E quindi non spiegabile da etnologi e sociologi, ma da vivere alla luce del Vangelo; dove – a detta di Gesù – è proprio Lui “la vera vite”, della quale i seguaci sono i tralci, che portano frutto se non si distaccano da lei. Altrimenti diventano sterili e destinati alla estinzione, proprio come quelli naturali.
L’apostolo Giacomo – dice Papa Benedetto XVI nell’Udienza Generale del 21.06.2006 – «Giacomo il Maggiore si pone davanti a noi come esempio eloquente di generosa adesione a Cristo», dal momento della chiamata, fino al supremo sacrificio della vita. Da lui – dice ancora Papa Ratzinger – «possiamo imparare molte cose: la prontezza ad accogliere la chiamata del Signore quando ci chiede di lasciare la barca delle nostre sicurezze umane, l’entusiasmo nel seguirlo sulle strade che Egli ci indica al di là di ogni nostra illusoria presunzione, la disponibilità a testimoniarlo con coraggio, se necessario, fino al sacrificio supremo della vita».
Ecco cosa ci piace leggere nella ostentazione di quel grappolo d’uva della iconografia gratterese sul Protettore: il frutto abbondante del tralcio rimasto sempre collegato alla vite, come seppe testimoniare senza cedimenti l’apostolo Giacomo il Maggiore.
GIUSEPPE TERREGINO
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