Preparare un presepe, nell’attesa del Santo Natale, risveglia in noi quello stato d’animo – mai assopito – dell’essere bambini, riportandoci piacevolmente indietro nel tempo, quando, con occhi incantati e colmi di stupore, cullavamo fra le mani delicate statuine di terracotta, cartapesta, cera o mollica di pane. “Figurine” dalle tinte pastello e dalle mille pose plastiche, tutte con lo sguardo proteso verso quell’umile capanna che, unendo cielo e terra, ha cambiato il corso dell’umanità.
Oggi, le tecniche presepiali sono diverse, i materiali adoperati non sono più quelli “poveri” di una volta, la resina ha soppiantato la cartapesta, di muschio e di sughero se ne vedono sempre meno, ma la commozione rimane sempre la stessa, la magia del Natale puntualmente ritorna e puntualmente si rinnova.
Il nostro presepe allestito sulla via non ha alcuna pretesa d’arte, non è sfarzoso e non è nemmeno fatto di belle statuine e di brucanti pecorelle, ma, con il linguaggio moderno della fotografia, si propone di guadagnare l’attenzione del frettoloso viandante, sollevando una serie di incalzanti interrogativi: Se il Dio che adoriamo è quello infreddolito della capanna, perché, poi, con la nostra cinica indifferenza, lasciamo morire di freddo il fratello che ci sta accanto? Se preghiamo Dio di darci «oggi il nostro pane quotidiano», perché, poi, abbandoniamo al loro destino centinaia di milioni di persone, che muoiono di fame in tutto il mondo? Se professiamo di «amare il prossimo come noi stessi», perché, poi, mostriamo, con cieco egoismo, tutto il nostro distacco dalle sofferenze altrui? Se ci dichiariamo “costruttori di pace”, perché, poi, sprechiamo il nostro tempo a sparlare degli altri,«sporcando l’immagine di Dio che c’è in ogni uomo»? Se il Creato è riverbero «dell’infinita bontà del Creatore e specchio del suo amore perfetto», perché, poi, attentiamo quotidianamente alla sua fragile armonia?
Ma che fede è mai questa? E allora chiediamoci: la nostra fede è coerente con la nostra vita?
Ci sovvengono gli accorati versi romaneschi di Trilussa, che bene ha saputo cogliere, con la sua bonaria ironia, le antinomie di noi cristiani, dando voce al bambin Gesù:
Ve ringrazio de core, brava gente,
pè ‘sti presepi che me preparate,
ma che li fate a fa? Si poi v’odiate,
si de st’amorenun capite gnente …
Pèst’amore so nato e ce so morto,
da secoli lo spargo da la croce,
ma la parola mia pare ‘na voce
sperdutaner deserto senza ascolto.
La gente fa er presepe e nun me sente,
cerca sempre de fallo più sfarzoso,
peròciàer core freddo e indifferente
enun capisce che senza l’amore
ècianfrusaja che nuncià valore.
La nostra fede va ri-scoperta e ri-vissuta nella sua essenzialità: «l’unica cosa essenziale è la nostra relazione con Dio, vivere nel suo Amore infinito, ricevuto e donato ai nostri fratelli».
L’augurio che, come Adulti Scout, rivolgiamo alla nostra comunità cittadina è che il Natale non sia solo a Natale.
Lorenzo Ilardo
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